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All’inizio della Quaresima vi presento una icona che, penso, ben evidenzia l’invito rivoltoci da Papa Francesco, tempo fa, a fare delle nostre comunità “isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza” (Messaggio per la Quaresima 2015). Pieter Bruegḣel il Giovane dipinge le sette opere di carità corporale in un villaggio fiammingo con i suoi colori e con i suoi abiti dove, gli abitanti sono occupati a compiere o a ricevere le opere di carità: dar da mangiare agli affamatidar da bere agli assetativestire gli ignudialloggiare i pellegrinivisitare gli infermivisitare i carceratiseppellire i morti. L’artista sembra voler dire che non si deve andare lontano per prendersi cura della persona, ma si deve cominciare dalla propria casa, dal proprio vicinato, dalla propria città. In altre parole, da quelle persone che Dio ci mette accanto e ci affida. In questo fervore di opere buone il pittore dipinge una strada che dalla piazza esce dal villaggio su cui si affacciano gli edifici per perdersi nell’orizzonte di uno squarcio di luce calda e accogliente, evidenziando così il cuore di Dio da cui partiamo e cui approdiamo, ma da cui non ci dobbiamo allontanare, vedendo nel prossimo il suo volto. Non è forse questo il senso della Quaresima? Quello di orientare il nostro percorso alla vita buona, espresso dalla liturgia in modo orante: “Ogni anno tu doni ai tuoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché, assidui nella preghiera e nella carità operosa, attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo” (Pref. Quar. I). Sì, siamo soliti rifugiarci - dice Papa Francesco - in un amore universale che si impegna lontano nel mondo, ma si dimentica il Lazzaro “seduto davanti alla propria porta chiusa” (cfr. Lc 16,19-31). Si lancia da più parti l’allarme povertà, ma concretamente non si fa nulla o quasi nulla. Tutti pensiamo di voler cambiare il mondo con il cumulo delle sue aberrazioni e ingiustizie, là dove i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Forse dovremmo cambiare noi stessi, perché i veri cambiamenti avvengono nel cuore: cambiare dentro, per rinnovare ciò che è fuori di noi. Allora si comprende il grido profetico di Gioele: “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore” (Gl 2,12). La Quaresima ci invita a rimuovere la maschera dell’ipocrisia, perché l’appartenenza a Cristo sia riconosciuta dalle opere: infatti “è dal frutto che si riconosce l’albero” (Mt 12,33). Ricordiamoci: una fede ridotta a dichiarazione che non cambia la vita, non è fede. Essa deve consistere nell’orientare concretamente la vita alla luce del Vangelo. La Quaresima è l’occasione propizia per ritornare a questa scuola di vita vera in cui l’abbondante seminagione della Parola, quotidiana e domenicale, si traduce in impegno etico-comportamentale: così è vera conversione. E la preghiera che non è una pianta che nasce nella serra del tempio ma germoglio che cresce nel terreno della vita (A. J. Heschel), la Quaresima ci richiama alla preghiera più assidua, come ala che ci innalza al cielo. Occorre perciò pregare quotidianamente senza limitarsi ai rari e angusti momenti di intima commozione. Oh, se la famiglia, genitori e figli, riservasse un po’ del loro tempo all’ascolto orante di Cristo, modello e maestro di preghiera! È nella preghiera che si respira quell’aria di pacificazione e di cordiale armonia, di capacità di perdono e reciproca comprensione, facendo proprio lo stile di Gesù, la cui vita è stata intessuta di costante dialogo con il Padre, fino a passare la notte e levarsi all’alba, essere per quaranta giorni nel deserto e scandire la sua giornata con momenti di lode e di supplica per il suo popolo. In questi 40 giorni incoraggiamoci reciprocamente a fare frutti degni di conversione, ben consapevoli di essere peccatori e bisognosi di perdono; perdono che non ci sarà mai negato da Colui che gode nell’accoglierci in festa tra le sue braccia.

 

Essere figli di Dio, somigliare a Lui, come ci ha detto Gesù, motivando le sue richieste così impegnative, benchè sia innanzitutto un dono senza confronto, appare comunque tutt’altro che fecile. Tuttavia Gesù ancora una volta, ci viene incontro e, come afferrandoci per mano, ci invita alla fiducia. Ci ricorda, innanzitutto che, Dio ci ha fatto figli, perciò certamente non ci abbandona, anzi si prende cura di noi. Ci fa capire che possiamo avere una totale fiducia nel Padre celeste: un sostegno ben più forte ed efficace che qualsiasi “ricchezza” di questo mondo, al punto da non avere dubbi sullo scegliere a chi servire. Gesù cerca di rafforzare in noi tale coscienza, suggerendo di guardarci attorno. Il creato dove Dio ci ha posto, la forza mirabile della natura che continuamente si rianima e resiste anche ai nostri tentativi di distruggerla, il suo straordinario splendore che vive e palpita ovunque, possono ben aprirci a una maggiore confidenza in Dio. Tra poco sarà primavera e assisteremo, ancora una volta, al meraviglioso prodigio della natura che si risveglia, che rifiorisce, puntuale, dopo il lungo inverno. “Guardate gli uccelli del cielo”, “Osservate i gigli del campo” (Mt 6,26.28), dice Gesù. Non basta tutto questo a riconoscere una Provvidenza che custodisce e guida ogni cosa? Nel caso non bastasse, ecco che Gesù ci spalanca una seconda prospettiva. Invitandoci a guardare a Lui e al modo in cui ha vissuto la sua vicenda umana, la sua vita e la sua morte. Egli che ha vissuto cercando “anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33), senza preoccuparsi d’altro, né tanto meno di se stesso. Con un’esistenza totalmente dedita a tutti, in modo particolare a chi era considerato meno degno e adatto, Egli ha cercato di smuovere la durezza del cuore umano e dischiuderlo alla fiducia nel compimento delle promesse di Dio, con la sua mitezza, manifestata nell’accettare perfino la croce, e nel mutare, quell’estremo rifiuto da parte degli uomini, in un dono definitivo di amore. Gesù ci mostra, nella sua vita, la grandezza del cuore di Dio e ci incoraggia alla fiducia totale in Lui. Più di così, effettivamente, Gesù non poteva fare, avendo messo in gioco tutto se stesso, la sua vita e la sua morte. Se Dio è così, come Gesù testimonia, possiamo e dobbiamo veramente fidarci. Anche perché Egli, appunto, l’ha fatto per primo, e in Lui abbiamo visto come il Padre ha dato “in aggiunta” ciò che sembrava impensabile: la Vita oltre la morte. Perciò, come Lui non è stato deluso da Dio, così, grazie a Lui, tutti possiamo essere certi che accadranno per noi meraviglie. Dobbiamo, dunque, più abitualmente rimetterci di fronte a Dio, contemplare il suo grande cuore, come ci appare dal Vangelo, e disporci a superare quella sfiducia che persiste sempre dentro di noi. Avere il coraggio concretamente ad affidarci al Padre celeste, a lasciarci condurre da Lui, giorno dopo giorno, senza preoccuparci di quel che sarà domani. Ciò consente, innanzitutto, di allontanare quell’ansia che così spesso ci assale e ci impedisce di vedere e godere la bellezza di quello che stiamo vivendo oggi. L’ansia guasta di solito anche la serenità del rapporto con il prossimo, perché preoccupandoci con esagerazione di noi stessi e del nostro domani, non si ha la disponibilità a riconoscere e ad accogliere l’altro che ci viene incontro. Sarà, infine, il nostro stesso sperimentare l’efficacia del quotidiano sostegno di Dio un’ulteriore e più convincente prova a sostegno della fiducia nostra e degli altri: toccheremo con mano, infatti, come Dio non abbandona chi confida in Lui. Capiterà come quando, avendo finalmente deciso di fidarci di qualcuno, possiamo effettivamente, costatare che non avevamo riposto male la nostra fiducia, anzi non avremmo mai immaginato di ricevere tanto, e senza alcun merito. Così, il Vangelo ci si mostrerà in tutta la sua verità e fecondità, al cuore stesso della nostra esistenza.

 

Il Vangelo ascoltato potrebbe sembrare semplicemente la continuazione di Domenica scorsa, con la sola aggiunta di un paio di esempi oltre a quelli già esposti. In verità c’è qualcosa di nuovo. Nel brano precedente, la preoccupazione di Gesù è stata di richiamare il rischio, sempre attuale, di rovinare o impoverire il grande dono di Dio che ci ha resi “beati”, e ci ha fatto addirittura luce e sale del mondo, in altre parole il dono della sua stessa vita in noi. In questo brano, Gesù fa un passo avanti, soprattutto per la motivazione che porta, per ben due volte: “Perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,45); per essere “perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli” (Mt 5,48). Questo significa, in concreto, non soltanto evitare di sciupare il dono grande che Dio ci ha dato, ma fare in modo che esso appaia chiaramente, come luce. Non si tratta solo di evitare gli sbagli o, più interiormente i sentimenti cattivi che possiamo avere, ma fare nostro il modo di pensare e di agire di Dio, così da somigliarGli realmente, come figli. La perfezione di Dio sta nel suo amore che è gratuito, perché donato senza nostro merito; generoso, perché Egli ci dà molto, infinitamente di più di quanto noi possiamo ricambiare; universale, perché non fa alcuna preferenza, neppure tra i giusti e gli ingiusti, come afferma Gesù. Pertanto, ciò che è importante, prima di qualunque comportamento concreto, è una mentalità che dobbiamo cercare di assumere; appunto, la mentalità di Dio. Non bisogna, cioè, prendere le parole di Gesù come precetti che vanno faticosamente messi in pratica o pretesi soprattutto dagli altri. Il perdono, ad esempio, non si può dare, o addirittura pretendere come un’azione facile e dovuta: sei cristiano, devi perdonare. Tanto meno si può tradurre senza indugio in una regola sociale: se fosse, non si ostacolerebbe chi fa il male e non si difenderebbero i più deboli. Gesù porta esempi con cui vuole mostrare il modo di pensare di Dio: mentalità che, col tempo che ha bisogno, ciascuno deve sforzarsi di assumere. Innanzitutto dobbiamo essere generosi, al modo di Dio. Ciò significa che non dobbiamo limitarci a restituire quello che riceviamo (nel bene e nel male), e trattare gli altri allo stesso modo in cui essi trattano noi. Questo serve in famiglia: devo voler bene al coniuge non soltanto quando è in grado di ricambiare, ma anche quando, per malattia, o anche per sola vecchiaia, o per altri problemi che sopraggiungono, non è più in grado di corrispondere alle mie attese. È proprio allora che gli voglio bene veramente. Così quando, tra genitori e figli si riesce a “passare sopra”: ai limiti di un padre o di una madre, o all’apparente indifferenza di un figlio. È solo continuando ad accettare e a rispettare quella persona, così com’è, che posso dire di amarla veramente. Qualcosa del genere deve avvenire anche nella vita sociale. Se tutti ci limitiamo a rivendicare solo quanto ci é dovuto, ossia i nostri diritti, che è giusto difendere, ma se ci limitiamo a questo, che vita diventa? La giungla che tutti conosciamo! Bisogna, invece, che ognuno cerchi di fare qualcosa per gli altri, anche se perde tempo ed energie. In secondo luogo, dobbiamo tendere sempre a un’apertura di cuore universale, come é universale l’amore di Dio, che non esclude nessuno, neppure quelli che lo hanno respinto e crocefisso, nel suo Figlio Gesù. Non possiamo, pertanto, restare dentro i circoli chiusi: vado d’accordo con quelli che la pensano come me; parlo, tratto, frequento solo quelli di un certo ambiente. Così non si costruiscono più una comunità, un paese, una società. Insomma, per essere veramente amore, anche semplicemente umano, deve essere come “quello” di Dio: generoso, senza pretese e universale. Altrimenti che amore sarebbe? Per essere veramente persone umane, anche semplicemente umane, dobbiamo assomigliare a Dio, perché siamo sua immagine. Inoltre, perchè cristiani, non abbiamo forse scelto e dichiarato, e continuamente diciamo e ripetiamo, di voler testimoniare l’amore di Dio per tutti gli uomini? Se non siamo generosi, se ci preoccupiamo del vantaggio che possiamo ottenere per noi, se ci limitiamo solo alle persone che, secondo noi, meritano, che cosa facciamo di speciale (cfr Mt 5,46-47)? E soprattutto, come potranno continuare a credere che esista veramente un amore grande e universale, un amore puro, insomma che esiste l’amore, dunque che esiste Dio? È una grande responsabilità, questa, che abbiamo di fronte agli uomini e a Dio.

 

Nella Santa Liturgia di Domenica scorsa, Gesù ci ha detto che siamo la luce e il sale del mondo (cfr Mt 5,13-14). Se siamo tali, lo siamo perché Dio ci ha reso così, grazie al dono che ci ha fatto della sua stessa vita, creandoci a sua immagine e rendendoci figli suoi, simili a Gesù. Poiché il dono ricevuto da Lui è così grande, c’è sempre il rischio, se non di perderlo del tutto, di sminuirlo, di impoverirlo, come il sale che può perdere il sapore. I Comandamenti servono a definire un percorso, una segnaletica che ci aiuta a rimanere sulla strada giusta. Ecco perché Gesù dice che i Comandamenti non vanno aboliti (cfr Mt 5,17), quasi fossero ormai passati di moda. Gesù insiste nella fedeltà ai Comandamenti perché non vuole che sminuiamo noi stessi, ma siamo veramente liberi e amanti del bene. I Comandamenti sono il mezzo per custodire e far crescere il rapporto d’amore e di amicizia con Dio. Come nel rapporto con una persona ci sono norme di rispetto e di educazione da osservare, così bisogna “compiere” i Comandamenti; non limitarsi al minimo, ma cercare di dare il massimo, come facciamo per una persona che stimiamo veramente. Gli esempi che Gesù fa, sono solo alcuni e, vogliono insegnarci dei modi fondamentali con cui cercare di custodire, anzi far crescere il dono di Dio, la sua grazia, la sua vita in noi. Gesù, fra l’altro, raccomanda di non fermarci alla superficie, cioè al comportamento esteriore, ma di vigilare sulle nostre intenzioni profonde, sugli atteggiamenti interiori. E l’esempio portato da Gesù riguarda i rapporti con il prossimo. Ci dice che è nel profondo dell’anima che crescono, po’ alla volta, le intenzioni cattive, ed è da qui che si può arrivare, poi, a gesti anche estremi, perfino a eliminare fisicamente una persona, uccidendola. Concretamente: non c’è bisogno di pugnalare una persona per ucciderla, almeno moralmente. Basti ricordare il detto: “Ne uccide più la lingua che la spada”, oppure, “La lingua non ha osso, ma rompe l’osso”. E non svalutiamo, oggi, quello che può accadere per l’invadenza dei mezzi di comunicazione che mette tutto subito in piazza con gusto sadico e a livello mondiale. Bisogna anche considerare che spesso a un gesto estremo si arrivi un po’ alla volta, e comunque a seguito del nascere e crescere di un rancore dentro l’anima. Consideriamo un altro esempio portato da Gesù per farci capire l’importanza delle intenzioni profonde e degli atteggiamenti interiori riguardo al rapporto con il prossimo. Egli fa l’esempio del matrimonio: potremmo dire, più in generale, dell’amore tra due persone. L’amore, proprio perché è un grande dono di Dio, è un’esperienza bellissima, e tuttavia, o proprio per questo, può essere facilmente rovinato e sprecato. Anche in questo caso, non è necessario arrivare a gesti estremi, ad esempio un vero e proprio tradimento, per distruggere l’amore. Se si va a vedere come si è arrivati a quella situazione per cui, a un certo punto, sembra che tra i due tutto si sia spento, si costata, spesso, che sono state tante piccole cose a logorare, lentamente, il rapporto; così come, tante volte, prima del tradimento “fisico”, c’è una lunga serie di tradimenti con il pensiero o con la fantasia. Per questo occorre sorvegliare i propri pensieri. Il primo modo di custodire il dono di Dio è, dunque, quello di sradicare da noi le tendenze cattive. Sradicarle, cioè eliminarle alla radice. È la cattiveria che coltiviamo nel cuore, che può portare, anche se non subito, a gesti gravi. Il modo di custodire il dono di Dio si potrebbe anche chiamarlo semplicemente sincerità: con noi stessi, con gli altri, con Dio. È l’atteggiamento cui Gesù ci richiama alla fine del brano del Vangelo ascoltato, quando dice che il nostro linguaggio deve essere limpido: sì quando è sì, no quando è no (cfr Mt 5,37) senza tutti quei “ma, forse”, quei “ni” e quei “non so” dietro ai quali spesso ci mascheriamo. Quando siamo sinceri, ossia guardiamo in faccia gli altri, le cose, i nostri stessi sentimenti, allora possiamo accorgerci se stiamo andando sulla strada giusta, se stiamo custodendo e sviluppando il dono di Dio, oppure siamo a rischio di guastarlo o, addirittura, di perderlo.

 

Dopo che abbiamo visto, nelle Beatitudini, ciò che Dio fa per noi, ora Gesù ci chiarisce chi siamo e cosa siamo diventati, grazie a Dio, e poi dice, di conseguenza, come dobbiamo comportarci. “Voi siete…”, dice, infatti, Gesù. Dice che siamo qualcosa di bello, di positivo: luce che da vita e calore; sale che dà gusto e sapore. Ma perché, e in che senso siamo così? Perché Dio ci ha fatto tali. È Lui che all’inizio della creazione, (Gen 1,3). Quando, poi, venne la pienezza dei tempi, Dio mandò suo Figlio, Gesù, “luce per illuminare le genti” (cfr Lc 2,32). Ed ecco che, da Lui, questa luce si riflette, anzi si comunica a quanti credono in Lui: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14); “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13). Quando è avvenuto tutto questo? Lo sappiamo e dovremmo averne coscienza: nel Battesimo, quando abbiamo ricevuto la vita stessa di Dio, luce e sapienza, e siamo diventati figli suoi, in Gesù, come Gesù. Certamente questo è stato un dono gratuito, immeritato. Tutti, o quai, l’abbiamo ricevuto da bambini, quando non capivamo, ma quand’anche si riceva da adulti, il Battesimo, non è comunque mai possibile mettere a confronto la nostra buona decisione, foss’anche la migliore, con questo “dono”: la vita stessa di Dio, la sua grazia, che supera infinitamente ogni bene umano. Una volta ricevuto questo dono, che ci ha cambiato profondamente, rendendoci, da povere creature, figli di Dio, di conseguenza possiamo e dobbiamo assomigliare a Lui e diffondere intorno a noi un po’ del suo modo di essere e di fare, così che Egli possa continuare, a essere presente e ad agire nel mondo. Non c'é chiesto di comportarci in un certo modo, o secondo certe regole, per avere poi, come premio la vita con Dio, nell’aldilà. Al contrario, fin d’ora ci é data la sua vita perché risplenda in noi e, da noi, verso gli altri. Questo è il modo di ragionare di Gesù: prima c’è il dono di Dio, che è appunto un dono, non la ricompensa per il nostro impegno; poi, di conseguenza, come frutto di quel “dono”, c’è il nostro buon comportamento. “Voi siete la luce… risplenda la vostra luce” (Mt 5,14.16). “Voi siete il sale… date sapore” (Mt 5,13). È un modo di concepire le cose completamente diverso da quello che abbiamo in testa normalmente. Noi, infatti, tendiamo ad applicare a Dio la nostra mentalità retributiva: prima si lavora, poi c’è la paga. Dio, invece, ragiona secondo lo spirito dell’amore: prima il dono, poi l’impegno. A ben riflettere, anche nella vita siamo stati prima amati, poi abbiamo imparato ad amare. Che cosa cambia in questo modo di vedere le cose? Nella prima prospettiva, -l’impegno precede e merita il premio-, il rischio è limitarsi al minimo indispensabile. Se, infatti, un certo comportamento mi serve per ottenere qualcosa da Dio, è normale che mi limiti a fare quanta basta, quel che è sufficiente per avere quell’esito. Come i punti che si trovano sulle confezioni di certi prodotti, raccogliendo i quali si può avere un certo oggetto: basta raggiungere la quantità di punti stabilita. Se invece vale il contrario ovvero, -Dio mi fa dono per primo gratuitamente della sua vita-, allora sono portato a dare il massimo: riconoscente per un dono così grande, non mi sembrerà mai abbastanza quello che potrò fare. Inoltre, mentre nel primo modo di vedere, si tratta di assumere un impegno, spesso anche pesante, per poi avere, forse, un premio; nel modo di vedere proposto dal Vangelo, ho già ricevuto un dono grandissimo, senza mio merito. E dunque, tutto ciò che faccio, come risposta a questo dono, non ha più l’aspetto di un dovere fastidioso, ma piuttosto è manifestazione di riconoscenza gioiosa per ciò che Dio ha fatto per me. Nella nostra vita dovrebbe, perciò, prevalere un atteggiamento di gioia e di generosità e non, come spesso capita, di tristezza e di meschinità. Il che non significa che sia tutto facile. Gesù ci mette di fronte anche la nostra responsabilità, ricordandoci che il sale può perdere il sapore e la luce, anziché brillare, essere oscurata. Dio ci ha fatto un grande dono che è più importante che qualunque sforzo nostro. E un dono va custodito, protetto, sviluppato, altrimenti si può perdere. Questo sì sarebbe un vero peccato. Signore, esageri un po’! Io il sale della terra? Io la luce del mondo? Com’è possibile? Se queste parole mi fossero state rivolte da un adulatore, mi avrebbero certo montato la testa come accade a quelli piene di sé che esultano delle lodi, ma, poiché vengono da te, non possono essere che vere. Allora mi scuotono, mi obbligano a riflettere, a meditare, a cercare di capirne fino in fondo il senso. Mi raccolgo e sento la tua presenza in me. Tu sei in me e agisci in me e attraverso di me. Vedi con i miei occhi, senti con le mie orecchie, parli con la mia lingua, ami con il mio cuore. Come non essere, allora, il sale e la luce del mondo, giacché sono il tuo tabernacolo? Signore, fa’ che io resti sempre fedele alla tua presenza in me, e che le persone che incontro sul mio cammino vedano, in me il tuo volto.

 
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